EDOARDO RICCI
 
     
 

Il 15 settembre scorso, a seguito di una grave malattia, è mancato Edoardo Ricci, che era nato a Genova l’8 luglio 1936, di ascendenze toscane.
Allievo di Enrico Tullio Liebman, subito dopo la laurea inizia lo studio del giudizio di rinvio, con varie pubblicazioni – la prima del 1959 – che culminano nella monografia del 1967, che gli vale la libera docenza e che diviene un punto di riferimento fondamentale della materia. Ancor prima, nel 1962, affronta la fatica della traduzione in italiano del manuale di Lent.
Prima assistente a Milano, diviene professore incaricato a Modena, ove poi viene chiamato come professore straordinario, dopo la brillante vittoria concorsuale. Il periodo modenese segna la vita di Edoardo, non solo famigliare, ma per l’amicizia stretta con alcuni giovani colleghi – fra cui Gaetano Castellano, Renzo Costi, Massimo Bione e Umberto Romagnoli – con alcuni dei quali condividerà la direzione di Giurisprudenza commerciale.
A Modena resta simpaticamente legato: memorabili le sue imitazioni del dialetto di quella città.
Da Modena passa a Torino, mentre gli allievi lo seguono numerosi, affascinati dalla chiarezza e profondità dell’insegnamento. Poi è il momento della Facoltà di giurisprudenza di Pavia, come ordinario di diritto fallimentare, disciplina alla quale viene infine chiamato alla Facoltà di giurisprudenza dell’Università di Milano.
La felice osmosi fra insegnamento e ricerca scientifica lo porta a pubblicare non solo saggi fondamentali di diritto fallimentare (è del 1979 Formazione del passivo fallimentare e decisione sul credito, nel quale la sua sensibilità processualistica lo porta ad elaborare tesi originali nella complessa e dibattuta materia), ma anche il manuale Lezioni di diritto fallimentare in due volumi, che vede varie edizioni, e che è esempio di stile per lo scrupolo scientifico e la chiarezza espositiva. Non se ne potrà più prescindere, anche per gli studiosi non alle prime armi.
Non abbandona certo il diritto processuale civile e lo studio di una materia, da lui prediletta, quale l’arbitrato, al quale dedica nel corso di tutta la vita saggi importanti.
Nel 1974 aveva, infatti, pubblicato La prova nell’arbitrato rituale. All’arbitrato, interno e internazionale, torna spesso, per rivendicarne l’autonomia e la natura giurisdizionale, ch’egli riscontra anche sulla scorta della comparazione con altri ordinamenti.
Straordinaria è la sua versatilità nelle lingue straniere, alle quali è naturalmente portato, ma che coltiva con vera puntigliosità: ricordo l’ammirazione che ho provato quando mi ha mostrato un “quadernone” nel quale annotava, su colonne, la traduzione delle medesime parole in varie lingue. Ed alla sera si dilettava ad arricchirne le pagine.
In età matura studia ed apprende il portoghese-brasiliano, non per colloqui salottieri, ma per scrivere direttamente in quella lingua numerosi saggi e financo un libro, Lei de arbitragem brasileira, pubblicato a S. Paulo nel 2004. Il suo maestro, che, com’è ben noto, lasciò tracce profonde in Brasile, sarebbe stato di certo orgoglioso di lui.
Non può mancare la proiezione internazionale: dalla relazione italiana al X° congresso mondiale di diritto comparato su La surcharge de la Cour de cassation italienne et les remèdes possibles (tema sempre di viva attualità) del 1978, a tante altre occasioni, nelle quali la comunità internazionale degli studiosi imparò ad apprezzarlo; fino alla relazione generale su New trends in insolvency proceedings al congresso mondiale di Salvador de Bahia del 2007 dell’International Association of procedural law. A Salvador, su proposta brasiliana e mia viene cooptato nel consiglio direttivo di quell’associazione.
Dell’Associazione italiana fra gli studiosi del processo civile è stato motore intelligente per molti anni, non mancando mai agli appuntamenti scientifici e conviviali.
Posso testimoniare lo scrupolo con cui preparava le relazioni, rendendo onore alla dottrina italiana, come quando gli ho chiesto di prepararne una in materia di arbitrato per il colloquio di Toronto dello scorso anno. Frequenti erano le telefonate e le e-mail perché voleva confrontarsi, senza che in realtà nulla io potessi aggiungere.
Infatti il suo sguardo di studioso va sempre oltre confine, direi senza confini, nella giusta convinzione che ben poca cosa sarebbe fermarsi ad esercitazioni intellettuali sul e per il diritto nostrano.
Il suo diuturno impegno si accresce con la cattedra di diritto processuale civile, la cura amorevole degli allievi, che vede aumentare di numero e di spessore scientifico; con la condirezione della Giurisprudenza commerciale; infine, dopo la scomparsa di Giuseppe Tarzia, della condirezione della Rivista di diritto processuale, alla quale si dedica, con impeto ed energia.
La Trimestrale ha goduto di suoi scritti e della sua partecipazione attiva agli annuali seminari.
Imponente è la mole degli scritti, fino all’ultima, vibrata, nota sulla Processuale, quando già la malattia lo addolora.
Con singolare energia si dedica anche all’avvocatura – si definisce ironicamente, alla toscana, un “avvocataccio” – nella quale eccelle.
Molti i suoi interessi non giuridici, dalla straordinaria competenza nella pittura, alla curiosità del viaggiatore colto. I viaggi assieme sono stati un piacere, per la sua comunicativa e simpatia. Indimenticabile la settimana in Ciapas, dopo il congresso mondiale di Città del Messico, e la cena a S. Cristobal de las Casas, nel corso della quale, per onorare Mariella in occasione dell’anniversario di matrimonio, declamò in francese, perché gli stranieri presenti non si sentissero trascurati. Fino allo scorso anno a Toronto e Ottawa. Stava bene, sembrava che vincesse.
Ci mancherà la sua ironia, la sua severità e disponibilità, l’oratoria stringata e coinvolgente.
La vita dei processualisti, italiani e stranieri, non sarà più uguale; di certo quella di Mariella e dei figli, uno dei quali pur ne segue l’esempio nell’avvocatura.
                                               Federico Carpi

 

 

 

 
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