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Il 2 luglio 2010 è mancato in Roma Elio Fazzalari, che era nato a Napoli il 26 dicembre 1924 (per l’anagrafe 1925).
Laureatosi giovanissimo nel 1944, già l’anno successivo inizia a pubblicare una serie di note a sentenza in Giur. compl. Cass. civ., proseguendo negli anni successivi con riflessioni sulla giurisprudenza su vari argomenti. Nel 1953 pubblica La giurisdizione volontaria. Profilo sistematico, nel quale acutamente traccia una terza via fra le contrapposte tesi sulla natura della giurisdizione volontaria, fra giurisdizione ed amministrazione.
Nel 1954 consegue la libera docenza; dal 1955 al 1957 svolge l’incarico di insegnamento all’Università di Urbino. Poi, nel 1957, la seconda monografia, nella quale sviluppa un altro dei temi a lui cari, i rapporti fra il diritto sostanziale e processuale (Note in tema di diritto e processo), che gli vale la cattedra come primo ternato. L’anno precedente pubblica il primo articolo su questa rivista, di grande impegno dogmatico, Cosa giudicata e convalida di sfratto, destinato anche agli Studi in memoria di Piero Calamandrei.
Per l’ordinariato pubblica Il giudizio civile di cassazione, cui seguono articoli e voci di enciclopedia, intese come apporto personale e non mero di riferimento di opinioni altrui (si pensi a Processo (teoria generale) per il Noviss.dig. it.).
Di questo periodo mi piace menzionare il bellissimo e profondo ricordo di Enrico Redenti (Enrico Redenti nella cultura giuridica italiana, in Riv.dir. proc., 1963, p. 362).
Il vivo desiderio di percorrere nuove vie nella riflessione scientifica, indispensabile premessa per l’intensa attività didattica, svolta con rigore, nei confronti degli allievi, ma in primo luogo verso se stesso, lo porta a scrivere Appunti di teoria generale del processo (1966), cui segue I processi nell’ordinamento italiano (1973). Credo che tali studi rappresentino una sorta di ouverture alle Istituzioni di diritto processuale, la cui prima edizione è del 1975, cui seguono numerose altre. Ha detto giustamente Nicola Picardi che “la vocazione di Fazzalari verso l’unità e la coerenza nella conoscenza giuridica l’ha portato, quindi, a scrivere le ormai classiche e fondamentali Istituzioni, in cui egli sperimenta, con risultati di estremo interesse, le potenzialità di impiego dello schema processuale, non soltanto nella giurisdizione, ma anche nelle altre attività fondamentali dello Stato”.
Con questo egli si inserisce nella tradizione di altri paesi europei, con una vocazione alla dimensione transazionale, ch’egli sviluppa negli anni ’90 con la cura di raccolte di scritti in inglese (Italian Yearbook of Civil Procedure) nell’intento di far meglio conoscere la dottrina italiana.
Ciò spiega anche il suo impegno civile ed il senso di appartenenza al Paese, ch’egli ama e vorrebbe diverso e migliore (sono ben vivide nella memoria le sue “sfuriate” pubbliche contro una certa dirigenza politica).
Anche all’arbitrato dedica studi rilevanti ed originali, conscio che la giustizia privata rappresenta un nobile impegno anche per uno studioso ed un laico. Ne è tanto convinto che fonda e dirige la più accreditata rivista italiana del settore, la Riv. dir. arb.
E’ stato scritto, con felice sintesi (nella Presentazione agli Scritti in suo onore) che “la caratteristica essenziale dell’opera di Fazzalari è quella di far nascere il sistema dall’interno degli istituti indagati, di renderlo struttura portante e non gabbia; quindi, in ultima analisi, di trovare le ragioni vere ed intrinseche della disciplina giuridica, quelle che ne danno la ragione di essere, che ne spiegano il vero significato”. Il metodo è quindi induttivo, al pari di quello usato da altri maestri, come Redenti.
Il richiamo al sistema è un suo leit-motiv: ricordo la vivace contrapposizione, al congresso di Palermo dell’Associazione italiana fra gli studiosi del processo civile, con Mauro Cappelletti, contrapposizione da quest’ultimo sintetizzata come noble dream a fronte del nightmeare. Sono due grandi studiosi, che hanno contrassegnato la cultura giuridica del XX secolo, della generazione successiva ai “maestri fondatori”, così diversi, l’uno immerso nella mitteleuropa, l’altro legato alla filosofia crociana ed all’amore per l’origine meridionale. Eppure, al di là del carattere apparentemente severo, il cuore guida la mente di Fazzalari, che è uno dei pochi colleghi a visitare Mauro Cappelletti, nel suo rifugio bolognese, amorevolmente assistito nella terribile malattia dalla sorella Gabriella.
I giovani intuiscono l’apertura e disponibilità di Fazzalari e lo seguono numerosi, nonostante (anzi, direi proprio per) la severità dei giudizi ed il rigore nello studio. La sua scuola ha dato frutti che sono a tutti noi ben presenti.
Con generosità si è prodigato nella presidenza dell’Associazione italiana fra gli studiosi del processo civile, fin all’ultimo, quando la debolezza delle forze lo aveva preso, anche visivamente.
Questa rivista è stata spesso onorata dalla sua penna, a partire dal saggio prima ricordato. Ed io conserverò grato ricordo di un fine studioso, di un vero maestro.
Federico Carpi
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