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Il 27 aprile 2010 è improvvisamente mancato Franco Cipriani, che era nato l’8 novembre 1939. Aveva, dunque, da poco compiuto settant’anni ed era in piena attività scientifica, accademica, professionale, con l'entusiasmo e la vigorosa difesa delle sue idee, doti che ben conoscevamo e che negli ultimi anni avevano avuto modo di esprimersi in quella singolare esperienza intellettuale ed organizzativa che è la creazione e la direzione di una nuova rivista, “Il giusto processo civile”. Aveva voluto che si stabilisse il cd. cambio con questa rivista e si rammaricava quando non mi giungeva puntuale. Dopo una prima fase di rodaggio, la rivista era divenuta assai interessante, tanto che non si poteva e non si può (con l’augurio di dire si potrà) prescindere dall’esame dei singoli fascicoli.
La sua vita accademica si è svolta tutta all’Università di Bari, allievo di Luigi Montesano e con stretti legami con Andrea Proto Pisani.
Chi scorra la bibliografia di Cipriani (bibliografia che debbo alla cortesia di Giampaolo Balena e di Giorgio Costantino) è colpito dalla progressione dei suoi scritti. Da interventi non numerosi negli anni della formazione (segno dello scrupolo nella preparazione), all’esplosione a partire dagli inizi degli anni ’90 con gli studi storici, sua vera passione.
La Trimestrale ha spesso goduto di suoi articoli, dal primo, del 1966, su La declaratoria di estinzione per inattività delle parti del processo di cognizione di primo grado, all’ultimo, del 2006, Alla scoperta di Enrico Redenti (e alle radici del codice di procedura civile). Dunque quarant’anni, una vita attraversata assieme.
Sono ben noti i temi ai quali ha dedicato i suoi primi lavori monografici, temi ai quali poi è ritornato sovente.
È del 1970 il corposo volume su I provvedimenti presidenziali nell’interesse dei coniugi e della prole; del 1971 lo studio su Dalla separazione al divorzio.
Poi si sposta sulle tematiche relative alla giurisdizione con Il regolamento di giurisdizione del 1977, tematiche sulle quali poi tornerà con scritti “minori”, anche di osservazione degli orientamenti della giurisprudenza, per combattere la battaglia per l’abolizione del regolamento preventivo. Se non è in ciò riuscito, ha però avuto la soddisfazione d’influenzare le successive riforme normative, in particolare con la soppressione della sospensione automatica del processo, a seguito della proposizione del regolamento.
Direi che una caratteristica precipua degli scritti di Franco Cipriani è quella della completezza dell’indagine unita alla personalità delle idee, propugnate con vigore. Come la battaglia da lui condotta negli ultimi dieci anni contro quello che lui riteneva l’autoritarismo del processo civile, per affermare la centralità del diritto di difesa e del ruolo dell’avvocato.
Dicevo della passione di Cipriani, a tutti nota, in Italia e all’estero, in specie in Sud America, per le indagini sulla storia moderna del processo civile, attraverso la ricostruzione della vita e del pensiero dei protagonisti, contestualizzate nell’àmbito dell’ideologia politica del momento. Credo che le sue letture e le sue riflessioni risalgano a metà degli anni ottanta. È del 1990 l’articolo, apparso sulla Processuale, Le dimissioni del professore Mortara e i “germanisti” del preside Scialoja; poi nel 1991 esce il volume Storie di processualisti e di oligarchi. La procedura civile nel regno d’Italia (1866-1936), che fa scalpore; seguito subito l’anno successivo da Il codice di procedura civile tra gerarchi e processualisti. Riflessioni e documenti nel cinquantenario dell’entrata in vigore.
Stante le ricerche svolte, le letture, le indagini archivistiche – con ardite deduzioni tali da farne lo Sherlock Holmes del processo civile – è evidente che il back ground culturale risalga negli anni addietro. Ricordo un episodio, che non riesco a collocare esattamente nel tempo, ma penso al 1984 circa. Mi aveva invitato a tenere un seminario a Bari e mi era venuto cortesemente a prendere all’aeroporto, con una fiammante Maserati rossa.
Orbene, viaggiando a velocità assai sostenuta, lasciava il volante quando accompagnava il discorso con le mani, per sottolineare questa o quella idea su Mortara, Chiovenda e gli altri maestri.
La passione l’ha guidato fino all’ultimo libro, dello scorso anno, Piero Calamandrei e la procedura civile. Miti leggende interpretazioni e documenti.
Si condividessero o no – come pure accadeva – le sue deduzioni e ricostruzioni, è certo che la sua prosa chiara e fluida, la scoperta di documenti altrimenti destinati all’oblio, rendevano i suoi scritti di vivo interesse e direi, con un termine raro nel mondo giuridico, particolarmente godibili.
Federico Carpi
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